martedì 22 luglio 2014

Deridere il buio

A Vanessa non piacevano le feste. Detestava il rumore, la folla, tutti quei corpi sudati stretti l’uno vicino all’altro che ballavano senza coordinazione, l’odore dell’alcool che circolava senza moderazione. Ma quello che le risultava più intollerabile erano sicuramente i loro sguardi. Gli sguardi di chi partecipava a quelle dannate feste in discoteca. Vuoti, persi, senza fondo. Lei sperava con tutto il cuore che i suoi occhi non somigliassero a quelli, perché altrimenti avrebbe detestato anche se stessa. Se fosse dipeso da lei, sarebbe rimasta a casa a rilassarsi con un buon libro, una tazza di tè e le note di Einaudi in sottofondo. Adorava la sua musica, le aveva ispirato le storie più incantevoli che avesse mai scritto, e Vanessa ne aveva scritte di cose incantevoli. La sua ambizione più grande era diventare scrittrice e ogni istante che impiegava a fare qualcos’altro che non fosse scrivere le sembrava un istante sprecato. Ovviamente, però, non dipendeva da lei. Erano le sue amiche che la costringevano a uscire. Si presentavano ogni sabato a casa sua con dei ragazzi nuovi e la obbligavano a indossare il vestitino più striminzito che riuscivanoa trovare nel suo armadio, concedendole mezz’ora per prepararsi. Era una messinscena che si ripeteva ogni fine settimana, e Vanessa non era abbastanza sfrontata da ribellarsi. In fondo significava che le sue amiche gradivano la sua presenza.  Di solito però passava tutta la sera seduta su uno dei divanetti della loro discoteca preferita ad aspettare che il tempo passasse e qualcuna di loro la riaccompagnasse a casa. Le sue amiche ballavano e ci provavano con il primo ragazzo carino che incrociava il loro sguardo e lei trascorreva la serata a caviglie incrociate perché si vergognava di mostrare le gambe. Non sarò mai come loro, pensava. Non riuscirò mai a lasciarmi andare in quel modo, a smettere di pensare, a essere così superficiale, a guardare le mie inibizioni sgretolarsi, ad abbandonarmi senza riserve al mio istinto. Passerò tutta la vita così, seduta in disparte sul divanetto di una discoteca in cui la gente si diverte e rischia mentre io mi domando cosa c’è di sbagliato in me. Una sera uno dei ragazzi nuovi che le sue amiche trascinavano con loro si sedette accanto a lei e le offrì unabirra. Vanessa rifiutò con un cenno, poi ci ripensò e la accettò. Non ricordava il suo nome, anche se erano stati presentati, ma lo scrutò bene in volto e notò che i suoi occhi non erano vuoti. Fu lui a rivolgerle la parola per primo.

“Non ti stai divertendo? Ho visto che non balli.”

Vanessa accennò un sorriso imbarazzato. Si sentiva a disagio e sbagliata anche dopo una domanda così innocua. Però il ragazzo le sembrava altrettanto innocuo da potergli rivelare la verità.

“No, è solo che queste serate non sono proprio il mio genere.” mormorò.

“Ti capisco.” Sospirò lui. “Tutta questa gente senza cervello che sfoga la propria frustrazione esistenziale in luoghi pieni di rumore, di pasticche e di inettitudine. Non sono neanche il mio genere.”

Vanessa lo guardò a bocca spalancata. Lo osservò un po’ meglio. Era carino, con i capelli corti corti, il naso delicato e una barba non invasiva sulle guancie. Indossava una polo verde salvia e non le solite camicie sbottonate sul petto che prediligevano la maggior parte dei ragazzi.

“Allora perché sei qui?” gli chiese.

Lui si sedette appena un po’ più vicino a lei, accostandosi al suo orecchio come per farle una confidenza.

“Perché ho scoperto una cosa importante. Fino a qualche anno fa, credevo che questi posti fossero il cuore della superficialità umana. Il nucleo in cui si addensava tutta la leggerezza d’animo di noi uomini, il nostro vivere alla giornata, la nostra inconsapevolezza di che cos’è veramente l’esistenza e la nostra tendenza a evitare di pensare a cosa ha veramente valore, cosa è necessario scoprire, chi è bene imparare a essere e tutta quella roba lì. Mi sbagliavo. E mi dispiace dirti che ti sbagli anche tu. Probabilmente la gente che frequenta discoteche come queste è la meno superficiale che si possa trovare in giro. Non guardarmi così, è la verità. Permettimi di dimostrartelo. Domani mattinadiamoci appuntamento davanti alla piazza a due isolati da qui. Ti guiderò attraverso la vera superficialità. Dopo apprezzerai serate come queste. E a proposito, io sono Carlo.”

Vanessa tornò a casa profondamente turbata. L’incontro con Carlo aveva incrinato tutte le sue certezze. Chi era quello sconosciuto che si era seduto accanto a lei in discoteca e le aveva rivelato un universo che non aveva mai intravisto, mettendo in crisi tutto quello che aveva sempre pensato? Rifletté a lungo su se fosse il caso o meno di accettare l’invito. Le suonava tanto come un primo appuntamento, e non era proprio da lei uscire con quello che era poco di più di un estraneo. Alla fine però ci andò, senza deciderlo davvero. Semplicemente si svegliò la mattina successiva, estrasse dall’armadio le prime cose che le capitarono a tiro e si recò nella piazzetta in cui avevano concordato di vedersi. Durante il tragitto sperò che non si presentasse. Sarebbe stato più facile, dirsi che ci aveva provato ma che non era dipeso da lei. Se lo ripeteva da una vita quel pretesto, non dipende da me. Era una scappatoia fin troppo facile per evitare di prendersi la responsabilità della vita che conduceva, una vita che non la soddisfaceva. Ma Carlo era già lì quando giunse, puntualissimo, con un’altra polo, stavolta blu cobalto, e un bel sorriso sul volto.

“Temevo che non venissi.” le disse, e a Vanessa sembrò sincero e puro come un bambino non ancora incontaminato dal sudiciume del mondo e dell’umanità.

“Ero curiosa di vedere dove vive la vera superficialità.” mentì lei.

Carlo sorrise e la precedette di un passo. Iniziò a camminare chiacchierando del più e del meno e a Vanessa sembrò che non stesse seguendo un itinerario preciso. Stavano passeggiando senza meta, e a lei, suo malgrado, non dispiaceva affatto.

Giunsero alle soglie della villetta della città, un ampio spiazzo di verde disseminato di giostre per i bambini e intervallato dapanchine invase da coppiette tutte assorte a sbaciucchiarsi.Vanessa si sentì in imbarazzo quando Carlo deviò verso l’interno della villetta. Ma prima che potesse emettere una parola, lui le indicò qualcosa che non aveva notato.

“Guarda laggiù, dove c’è quel bambino imbronciato e quella donna in preda a una crisi isterica.” le sussurrò quasi all’orecchio, come aveva fatto in discoteca.

Effettivamente un po’ più lontano rispetto alle giostre, si trovava un ragazzino di circa otto, nove anni, sull’orlo delle lacrime mentre una donna di mezz’età, probabilmente la madre, gli urlavacontro e lo strattonava per un braccio. Il bambino urlava che volevo giocare un altro po’ e la donna continuava a tirarlo con maggiore violenza, gridandogli che dovevano tornare a casa.Vanessa non capiva.

“Tieni ben a mente quest’immagine e proseguiamo.”

Lasciarono la villetta e svoltarono a sinistra di una pizzericon i tavoli all’esterno completamente vuota. A Vanessa sembrò di nuovo che camminassero senza una destinazione ma si lasciò condurre ugualmente, trattenendosi dal protestare. Imboccarono una strada che non conosceva, affollata di negozietti e imprese di ogni tipo e sormontata da imponenti palazzi e alcune case indipendenti dotate di giardino. Qualcosa sembrava aver catturato l’attenzione di Carlo, perché si sporse all’improvviso verso una di queste case precedute un fazzoletto di giardino. Le sfiorò il braccio per farla fermare e le disse di avvicinarsi.

“Cerca di sbirciare l’interno di questo giardino.” mormorò continuando a guardarlo. “Riesci a vedere, oltre quell’altalena, un tavolino e le sedie che lo circondano?”

Vanessa annuì. Effettivamente lo vedeva con nitidezza.

“E vedi anche le due donne che vi sono sedute? Una legge il giornale bevendo il caffè, l’altra ha le cuffiette nelle orecchie e un computer sulle ginocchia su cui probabilmente è intenta amessaggiare. Non si guardano e non si parlano. Eppure, giudicando dall’età che sembrano avere, sono certo che siano due sorelle.

Era vero, la scena era esattamente come l’aveva descritta Carlo.Ma Vanessa continuava a non capire.

“Ti prometto che capirai. Ma non ho ancora elementi a sufficienza. Continuiamo a camminare.”

Non si allontanarono di molto dalla strada in cui si era addentrati. Superarono tre isolati e arrivarono in una zona trafficata che Vanessa conosceva bene, perché poco distante da lì si trovava la fermata del bus che doveva prendere tutte le mattine per andare a scuola. Una coda di macchine chilometrica si snodava per tutto il perimetro della strada. Carlo le fece cenno di seguirlo e avanzò lungo la linea che separava la strada pullulante di auto e il marciapiede semivuoto. Sbirciando nei finestrini Vanessa potéconstatare che la maggior parte degli automobilisti era visibilmente frustrato, qualcuno imprecava sottovoce, qualcun altro esibiva solo un’espressione di insofferenza, altri bussavano il clacson e qualcuno addirittura litigava e si insultava con chi lo precedeva.

“Osserva bene cosa scatena un po’ di traffico, un po’ di ritardo a lavoro, un po’ di sciocchi imprevisti. Gente al limite della sopportazione che si lamenta come se i propri, patetici problemi gli risultassero intollerabili e che si massacra a vicenda.”

A Vanessa sembrò di cominciare a capire. Aspettò che Carlo si fermasse per dirglielo. Lui le propose di prendere un caffè insieme e lei accettò. Si sedettero all’interno di una piccola caffetteria, su dei tavolini di vetro con dei posacenere colorati graziosissimi. Lui sorseggiò il suo caffè e iniziò a parlare con calma, guardandola negli occhi.

“Oggi non ho seguito un percorso già stabilito, ho improvvisatoman mano che proseguivamo, e alla fine ne abbiamo tracciato unoinsieme. Volevo dimostrarti che non è necessario andare in discoteca per fare i conti con la superficialità umana, perché vive dappertutto. In ogni angolo della città, non occorre spostarsi di molto. E sicuramente un ragazzo che decide di godersi un paio di ore di divertimento con i propri amici è molto meno superficiale di una donna che, invece di gioire della vivacità del proprio bambino, ne reprime la vitalità e gli impedisce di giocare ancora un po’ con i propri amichetti al parco, di due sorelle che sono talmente tanto assorte nelle proprie attività da non rivolgersinemmeno la parola, o di uomini talmente mediocri che invece di entusiasmarsi per il semplice fatto di esistere e di stare ancora al mondo, sprecano le loro mattinate lamentandosi del traffico e litigando tra di loro. Sono queste le persone veramente superficiali. Anzi, più che superficiali, le definirei ignare. Ignare dell’irripetibilità della loro vita, della sua brevità, del miracolo di possederne una quando sarebbero potuti non nascere per la ragione più banale. Ignare della rapidità con cui il tempo le priverà di ciascuna delle ore che adesso sembrano tanto disposte a sperperare. Ignare della bellezza in cui sono immersi, dell’amore che hanno ricevuto in dono, delle migliaia di cose che potrebbero avere e fare se spalancassero gli occhi e smettessero di vivere al buio. Alcuni sostengono che solo le persone superficiali sono felici. Io credo che la vera superficialità sia nell’infelicità, perché il miracolo di stare al mondo non può essere sminuito neanche se si prende coscienza di tutti mali che ci affliggono. Non è questione di essere positivi. E’ questione di essere obiettivi. Mi hai detto che vuoi diventare una scrittrice. Allora scrivi la storia che vivi, vivi la storia che scrivi. Non dubitare mai del fatto che dipende solo da te. Pretendi la luce, e quando l’hai conquistata, fai in modo che continui a farti splendere. Non cedere al buio, deridilo. Non chiudere gli occhi, non c’è niente da guardare sotto le proprie palpebre. Lasciati andare alla vita, smettila di stare in disparte sui divanetti della tua vita. E probabilmente chi va in discoteca, fatta eccezione per gli alcolizzati e gli aspiranti drogati s’intende, è consapevole della sua necessità di crogiolarsi nelle gioie di cui può godere prima che debba rinunciarvi. Perciò, ti prego, quandoti inviterò ad andarci sabato prossimo, accetta di ballare con me.”


(D. G.)

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