domenica 20 luglio 2014

Confessioni di un fallito

<<Me lo dice sempre. Quando lava i piatti, a volte anche dopo aver scopato. “Sei un fallito, non hai mai concluso niente”.Il bello è che ha ragione, che ci vuole a capirlo? Da ragazzo sognavo di diventare un grande romanziere, un compositore di versi, nella peggiore delle ipotesi, il leader di una rock band. Avevo sempre sognato di campare d’arte mentre facevo i miei viaggi, in cerca delle mie risposte. Ma si vive di pane e acqua, non di sogni, speranze e dubbi. Ed ero anche stato fortunato, a dirla tutta. La famiglia di Maryln è abbastanza facoltosa, furono loro a pagarmi gli studi ed a trovarmi una cattedra in quell’università. Mi avevano praticamente dato da mangiare. Ed io avevo abbandonato tutto, avevo iniziato ad ingannarmi ripetendomi che andava tutto bene così com’era. Non c’è niente di più riprovevole che ingannare se stessi. Una vita perfetta, una bella moglie, feste tra l’alta borghesia, un lavoro come professore di lettere. Dovevo solo vivere aspettando di morire. Non mi ricordo neanche perché ho abbandonato tutto, perché ho smesso di vivere; forse avevo semplicemente fame. Ero stanco degli stenti, e non avevo altra scelta se non quella di arrendermi. Arreso al mondo, a chi mi voleva arreso, a chi non aspettava altro. Mi ero arreso alla vita stessa, mi aveva piegato ed ero diventato ciò che avevo sempre odiato. Ero diventato come tutti gli altri. E quando ho scoperto di non poter avere figli le cose sono andate ancora peggio, tra l’inseminazione artificiale e l’idea di adottare un bambino. Tra lo sbraitare e il ripetersi di quelle azioni meccaniche di routine, io scivolavo in un baratro. La mia vita sarebbe finita prima che me ne fossi accorto, tra quelle gesta inutili e le solite sigarette. Non avevo saputo portare avanti neanche uno dei miei sogni, non ero riuscito a concretizzare neanche una piccola parte delle mie ambizioni. Non avevo nulla. Una moglie che non amavo, un lavoro noioso e feste con un sacco di gente che mi stava sul cazzo. Gente stupida e più vuota di me. E se ti dicessi che Eveline non fu un miracolo ti direi davvero una grandissima stronzata. In classe era graziosa, con quei suoi capelli ramati legati in una treccia, quelle quattro lentiggini, i suoi occhi verdi ed i vestiti da bambola di ceramica. Sembrava uscita da un’altra epoca. Mi aveva salvato. Non era solo giovane e bella…aveva un’anima. Quello che mancava agli altri ed era mancato a me per troppo tempo. Solo per questo le chiesi di andare a prendere un caffè. E non in un posto qualsiasi ma al Winston Cafè, il caffè letterario che si trovava ad una quarantina di minuti dall’Università. Libri sparsi sui tavoli, scaffali strapieni di pagine ed un ottimo cappuccino. Diceva di voler fare la scrittrice, aveva composto delle poesie. Me le fece leggere, erano davvero belle. Inutile dirlo, mi innamorai della sua anima. E dopo dieci anni di matrimonio mi ricordai di come si fa l’amore. Quello vero, dei respiri sommossi e convulsi, della passione e dei brividi. Le nostre anime si incrociarono più di una volta, entrarono in simbiosi. Le feci leggere alcune mie vecchie cose, di quando mi dicevano di avere talento. Le piacquero, disse che dovevo riprendere a scrivere. La amavo davvero, la vedevo lì, lucente sullo sfondo buio. Veniva da un altro tempo, era diversa da tutti, piccola e goffa ma comunque graziosa. Mi ricordava me da giovane, sognante e libera. Era il sentiero giusto da seguire, ne ero certo. Ma ci volle poco, Marylin lo scoprì subito, non ero mai stato bravo a nascondere i sentimenti così forti. L’amore e la disperazione erano gli unici miei volti, tutto il resto era composto da maschere. Minacciò di cacciarmi di casa e fece in modo che si venisse a sapere anche all’università. Ho perso il lavoro e Eveline non voleva più vedermi, era rischioso per il suo percorso di studio. Comunque Marylin vuole ancora cacciarmi di casa. Ho sentito Eveline, mi ha detto di essere incinta. Sì, è quello che le ho detto io, non può essere possibile. Invece è così ed è sicura che il bambino sia mio. E dice di voler abortire. Finalmente ho un figlio, e vogliono anche uccidermelo. La senti?! Senti questa tosse?! I medici dicono di no, ma io so che è un tumore. Ne sono certo. Ho smesso di fumare, anche se vengo a bere tutte le sere. Non fumo più, non voglio che mi uccida qualcun altro. Sto morendo di mio.>> dovette bloccarsi, perché la saliva provocata dalla tosse stava per strozzarlo.

<<Com’è quella cosa? Chi la scrisse? Non mi ricordo più un cazzo. Comunque era tipo “non preoccuparti, domani andrà peggio”. Aveva ragione,cazzo.>>Tossì ancora, mentre beveva quella birra bionda. Cosa lo aveva portato a quello? Sembrava invecchiato di venti anni. Distrutto. Un corpo in tumefazione.

<<Ti riporto a casa, sei ubriaco marcio Dave.>>lo caricai in spalla, lasciai qualche dollaro sul bancone e uscimmo da quel bar squallido.

Bussai alla porta di casa sua e la moglie lo portò dentro. Entrambi sapevamo che lo aspettava una nottata infernale, tra le urla di lei e le telefonate dei parenti. Ma io avrei dovuto immaginare che quell’uomo non avrebbe retto l’ennesima notte. Che Dave avrebbe preso una pistola e se la sarebbe puntata al capo, per l’ultima esplosione di creatività. Eppure sembrava avere ancora delle possibilità, come quei vecchi leoni dei documentari che ti sembrano imponenti anche se in putrefazione. Quei vecchi leoni che nonostante la vecchiaia hanno ancora voglia di vivere e ti sembrano possano squartarti con una zampata. Quei leoni che muoiono da soli nella notte per non mostrarsi deboli. Niente lieto fine o stronzate del genere, Dave mi aveva raccontato la sua vita al bar e poi si era privato di essa una volta per tutte. Probabilmente avrà pensato che quella fosse l’ultima cosa da fare, la migliore.

<<Non ho mai deciso un cazzo nella mia vita, voglio almeno decidere quando e come morire.>> avrà detto a se stesso. Togliendo tutte le sanguisughe dalla sua anima e mettendo fine alle intemperie per sempre.

E’ questo che succede, la vita ti porta ad ucciderti. Lo potevo vedere, negli occhi di quell’uomo, era finito. Non aveva più niente per cui combattere. Quella non era la sua vita. Come biasimarlo? Quanti di noi vivono una vita che non sentono propria? Che non vorrebbero? Cosa cazzo stiamo facendo, mentre il tempo scorre?

Io ho deciso di fare un piacere ad un amico. Ho pagato Eveline, ho trovato dei soldi così lei non ha abortito. Ma non vuole il bambino, ha detto che vuole scrivere, è ancora giovane, deve laurearsi e poi ha trovato un ragazzo. Secondo me quella fa uso di cocaina. Ha uno strano tic al naso. Vogliono fare gli scrittori, i filosofi, i poeti, ma la vita non è buona per tutti. E’ come un autobus dalla direzione incerta, possiamo solo alleggerirci il viaggio. Dave era come Icaro, era volato troppo in alto e quando si era reso conto che la sua vita era composta di castelli di carte si era schiantato al suolo, guardando la realtà per ciò che era: un incubo. Un incubo che non ha saputo abbellire. Forse ci ha provato,con Eveline. Non so dirvi dove abbia sbagliato, forse non lo sa neanche lui. Io penso semplicemente che non avrebbe dovuto arrendersi. Sono certo che avrebbe preferito vivere di stenti, ma almeno vivere. Si era incatenato con le proprie mani, aveva cambiato corsa ma quell’autobus era freddo e sterile. Penso che avrebbe dovuto continuare a scrivere, al bar da ubriaco a volte ci leggeva qualche poesia. Non erano affatto male. Doveva viaggiare, anche se in autostop. Se abbiamo un obbligo nei confronti della vita di sicuro è quello di viverla, non di adagiarci aspettando la morte. Il bambino si chiama Dave, come il padre. L’ho preso io perché quella troia non lo vuole. E ne sono ben felice perché (come Dave) non posso avere figli, non potrò mai averne. Ma la mia musica vende, quindi sto iniziando un nuovo tour e lo porterò con me. Gli farò fare quello che non è stato concesso al padre. Vivrà inseguendo i propri sogni, viaggiando alla scoperta del mondo. Perché non c’è modo migliore di scoprire se stessi se non negli occhi degli altri. E il sorriso di un bambino, nonostante non sia tuo figlio, può scaldarti il cuore ben più di una pinta di birra. Questo bambino diventerà un grande, me lo sento. Ha qualcosa negli occhi che me lo suggerisce. Chissà se avrò il coraggio di raccontargli la vita di suo padre. Poco importa, penso che Dave (quello grande) sarebbe stato felice di vedere suo figlio viaggiare per il mondo e ascoltare buona musica. E così, con la morte di un uomo io avevo trovato un motivo per vivere. Crescere quel bambino e fargli conoscere la vita. Il destino è stronzo, la vita di un padre vale quella del figlio? Non lo so, ma forse quel giorno Dave ha fatto tanto anche se non se lo aspettava. Morendo mi ha colpito, mi ha spinto e solo grazie a quella notte io ho trovato il mio scopo di vita. Ed è come se quell’uomo si fosse salvato, perché colpendomi mi aveva portato a mettere in salvo suo figlio. Non aveva sprecato la sua vita, non era un fallito, perché con la sua morte aveva salvato ben due persone.

<<Sorridi piccolo Dave, tuo padre era un grande.>> sussurrai, cullando il bambino che avevo tra le braccia e sorridendo gli dissi <<Sai, è stato lui a salvarci.>>.

(Salvatore Vivenzio)

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