lunedì 11 giugno 2012

Lettera al padre

Ero un bambino pauroso, e ciò nonostante certo anche caparbio come lo sono i bambini; certo la mamma mi viziava ma non posso credere di essere stato molto difficile da guidare, non posso credere che con una parola gentile, con un'occhiata amorevole, prendendomi quietamente per mano, non si sarebbe ottenuto da me tutto ciò che si voleva. Tu sei, in fondo, un uomo benigno e mansueto (ciò non contraddice a quanto dirò in seguito, poiché parlo soltanto dell'impressione che Tu facevi al bambino), ma non tutti i bambini hanno la perseveranza e l'intrepidezza di cercare la bontà finché la trovano. Tu un bambino lo sai trattare solo secondo il Tuo carattere, con forza, rumore e scoppi d'ira, e nel mio caso il sistema Ti pareva tanto più opportuno in quanto Tu volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.

È chiaro che non saprei oggi descrivere direttamente i Tuoi metodi educativi nei primissimi anni, ma posso immaginarli ricostruendoli dagli anni successivi. Bisogna per giunta considerare che allora eri più giovane, quindi più vivace, più impetuoso, più spontaneo, più spensierato di adesso, e inoltre molto preso dagli affari; Ti vedevo solo una volta al giorno e l'impressione, tanto più profonda, non si appiattì mai nell'abitudine.

Solo di un incidente dei primi anni ho un ricordo diretto. Fkafkaorse anche Tu lo rammenti. Una volta, di notte, io piagnucolavo chiedendo acqua, certo non per sete ma probabilmente mezzo per infastidire mezzo per divertirmi. Dopo alcune minacce senza esito, Tu mi togliesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e per un poco mi lasciasti lì in camicia davanti alla porta chiusa. Non voglio dire che ciò fosse ingiusto, forse non c'era altro modo di ristabilire la pace notturna; desidero soltanto descrivere il Tuo metodo educativo e il suo effetto su di me. Credo bene che fui ridotto all'obbedienza, ma ne ricevetti un danno interiore. Il fatto per me naturale del chiedere scioccamente da bere e quello straordinario e terribile di esser messo fuori sul balcone io non riuscii mai a porli nella giusta correlazione. Ancora per anni soffrii del tormentoso pensiero che mio padre, il gigante, la suprema istanza, poteva venire quasi senza motivo nel cuore della notte a portarmi sul ballatoio, e che io dunque per lui ero meno di niente. Fu solo un piccolo inizio, ma il senso di nullità che spesso mi assale (un sentimento che sotto altri aspetti può anche essere nobile e fecondo) ha le sue complesse origini nel Tuo influsso. Avrei avuto bisogno di qualche incoraggiamento, di un po' di gentilezza, che mi si aprisse un poco il cammino, invece Tu me lo nascondevi, sia pure con la buona intenzione di farmene imboccare un altro. Ma io per questo non ero adatto. Tu mi incoraggiavi ad esempio quando facevo bene il saluto e marciavo a tempo, ma io non ero un futuro soldato; oppure quando mi riusciva di mangiar forte e persino di bere birra, o di ripetere canzoni che non capivo e le Tue frasi predilette, ma nulla di tutto questo apparteneva al mio futuro.

(Franz Kafka, Lettera al padre)

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