mercoledì 13 giugno 2012

La caccia

È un branco di sei o sette, mi dice il signor Carlos Eugénio mettendo in mostra nel sorriso soddisfatto una dentiera così smagliante che mi viene fatto di pensare che se la sia costruita da solo con l’avorio di capodoglio. Il signor Carlos Eugénio ha settant’anni, è agile ancora giovanile, è «mestre baleeiro», che alla lettera significa «mastro baleniere», ma in realtà è il capitano di questa piccola ciurma e ha potere di decisione su ogni operazione della caccia. La lancia a motore che guida la spedizione è di sua proprietà, è una vecchia barca di una decina di metri che lui manovra con economia e disinvoltura; e anche con calma, tanto, mi dice, le balene stanno sguazzando e non scapperanno. Ha lasciato aperto il contatto radio con l’osservatore che si trova su un faro dell’isola e che ci guida con voce monotona e leggermente ironica, mi pare. Un po’ più a destra, Maria Manuela, dice la voce stridente, stai andando dove ti pare. «Maria Manuela» è il nome della barca. Il signor Carlos Eugénio fa un gesto di stizza, ma ride ancora, poi si rivolge al marinaio che è con noi, un uomo magro e svelto, quasi un ragazzo, dagli occhi mobilissimi e la carnagione scura. Guardiamo da noi, decide, e spegne la radio. Il marinaio si arrampica agilmente sull’unico albero della barca e si appollaia sul trespolo della sommità incrociando le gambe. Anche lui indica a destra con la mano, per un momento penso che le abbia avvistate, ma ignoro la semiologia dei balenieri, il signor Carlos Eugénio mi spiega che la mano aperta, con l’indice in alto, significa «balene in vista», e l’avvistatore non ha fatto questo cenno.

Butto uno sguardo alla scialuppa che stiamo trainando. I balenieri sono tranquilli, ridono e parlano fra loro ma le parole non arrivano fino a me, sembra che stiano facendo una gita. […]

Mi accorgo della balena quando essa è a non più di trecento metri: una colonna d’acqua che spruzza contro l’azzurro come quando si rompe una tubatura nella strada di una grande città. Il signor Carlos Eugénio ha spento il motore e la lancia continua a marciare per inerzia verso quella curiosa forma nera che pare un’enormCacciae bombetta sull’acqua. Nella scialuppa i balenieri si stanno preparando in silenzio alle operazioni di attacco: sono tranquilli e svelti, risoluti, sanno a memoria i gesti da compiere. Remano con bracciate vigorose e pausate, in un attimo sono lontani, compiono un giro largo, puntano sulla balena di fronte, per evitare la coda e perché se l’avvicinassero dai lati sarebbero esposti ai suoi occhi. Quando sono a un centinaio di metri tirano i remi in barca e alzano una piccola vela triangolare. Tutti manovrano vela e corde: solo l’arpioniere è immobile sulla punta della prua: in piedi, con una gamba flessa in avanti e l’arpione imbracciato come se lo soppesasse, aspetta con concentrazione il momento propizio, quello in cui la barca sarà abbastanza vicina da consentirgli di colpire un punto vitale ma abbastanza lontana per non essere investita da un colpo di coda del cetaceo ferito. In pochi secondi tutto si compie con stupefacente rapidità. La barca fa un sterzata improvvisa mentre l’arpione sta ancora descrivendo in aria la sua parabola. Lo strumento di morte non viene scagliato dall’alto in basso, come mi aspettavo, ma dal basso in alto, come un giavellotto; ed è l’enorme peso del ferro e la velocità della ricaduta a trasformarlo in un proiettile micidiale. Quando l’enorme coda si alza e frusta prima l’aria e poi l’acqua, la scialuppa è già lontana, i rematori hanno ripreso a remare con furia […].

Il signor Carlos Eugénio regge il timone e mastica il mozzicone di una sigaretta; il marinaio dalla faccia di ragazzo sorveglia preoccupato i movimenti del capodoglio: regge in mano una piccola ascia affilata pronto a recidere il cavo nel caso il cetaceo si inabissi, perché ci trascinerebbe con sé sott’acqua. Ma la corsa affannosa dura poco, forse nemmeno un chilometro: la balena si ferma di botto, come esausta, e il signor Carlos Eugénio deve azionare l’elica al contrario affinché l’inerzia della spinta non ci faccia finire addosso al cetaceo immobile. Lo ha preso bene, dice con soddisfazione, e mette in mostra la sua scintillante dentiera. Quasi a conferma della sua affermazione, la balena, fischiando, solleva completamente il capo e respira; e il getto che sibila per aria è rosso di sangue, sul mare si allarga una pozza vermiglia e un pulviscolo di gocce rosse, portato dalla brezza, arriva fino a noi e ci sporca il viso e i vestiti […].

Questa volta lo strumento di morte cala dall’alto verso il basso, scagliato obliquamente, e trafigge la carne molle come se fosse burro. Un tuffo: la grossa mole sparisce agitandosi sott’acqua. Poi affiora di nuovo la coda, impotente e penosa, come una vela nera. E infine il grosso capo emerge e ora sento il grido di morte, un lamento acuto come un sibilo, stridente, struggente, insostenibile.

La balena è morta, galleggia immobile. Il sangue coagulato forma un banco che pare corallo. Non mi ero accorto che il giorno era alla fine e il crepuscolo che cala mi sorprende. Tutto l’equipaggio è occupato con le operazioni di rimorchio, viene praticato frettolosamente un foro nella pinna della coda e vi passano un cavo con un bastone che fa da fermo. Siamo a più di diciotto miglia al largo, mi dice il signor Carlos Eugénio, ci vorrà una notte intera per rientrare, è un capodoglio sulle trenta tonnellate e la lancia dovrà andare a passo molto ridotto. In una curiosa cordata marina guidata dalla lancia e chiusa dalla balena, ci dirigiamo verso l’isola di Pico. […]

I balenieri mi allestiscono un giaciglio vicino al timone; è calata la notte e sulla scialuppa hanno acceso due lanterne a petrolio. I pescatori sono sfiniti dalla stanchezza, hanno un volto tirato e serio, che la luce delle lanterne rende giallastro. […] Il signor Carlos Eugénio mi offre una sigaretta e mi parla dei suoi due figli, che sono emigrati in America a che non vede da sei anni. Sono tornati una sola volta, mi dice, forse torneranno l’estate prossima, vorrebbero che io andassi da loro ma io voglio morire qui, a casa mia. Fuma lentamente e guarda il cielo stellato. Ma lei perché ha voluto partecipare a questa giornata, mi chiede, per semplice curiosità? Indugio pensando alla risposta: vorrei rispondergli la verità ma mi trattiene il timore che possa essere offensiva. Lascio penzolare una mano nell’acqua. Se allungassi il braccio potrei quasi toccare l’enorme pinna dell’animale che stiamo rimorchiando. Forse perché siete in estinzione entrambi, alla fine gli dico a bassa voce, voi e le balene, credo che sia per questo. Probabilmente si è addormentato, non replica nulla. Ma fra le dita gli brilla ancora la brace della sigaretta. La vela schiocca in maniera lugubre, i corpi immobili nel sonno sono piccoli mucchi scuri e la scialuppa scivola sull’acqua come un vascello fantasma.

 
(Antonio Tabucchi, Donna di Porto Pim)

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