martedì 12 giugno 2012

Il discepolo

Gli ungheresi arrivarono tra noi non alla spicciolata, ma in massa. Nel giro di due mesi, maggio e giugno 1944, invasero il Lager convoglio su convoglio, riempiendo il vuoto che i tedeschi non avevano trascurato di creare con una serie di diligenti selezioni. Provocarono un mutamento profondo nel tessuto di tutti i campi. Ad Auschwitz, l’ondata dei magiari ridusse a minoranza tutte le altre nazionalità, senza però intaccare i “quadri”, che rimasero in mano ai delinquenti comuni tedeschi e polacchi.

Tutte le baracche e tutte le squadre di lavoro furono allagate dagli ungheresi, intorno a cui, come avviene in tutte le comunità intorno ai nuovi venuti, si condensò rapidamente un’atmosfera di derisione, di pettegolezzo e di vaga intolleranza. Erano operai e contadini, semplici e robusti, che non temevano il lavoro manuale ma erano abituati ad una alimentazione abbondante, e che perciò si ridussero in poche settimane a scheletri pietosi: altri erano professionisti, studenti ed intellettuali che venivano da Budapest o da altre città; erano individui miti, tardi, pazienti e metodici, ed a loro pesava di meno la fame, ma erano di pelle delicata, ed in breve furono pieni di ferite e lividure come cavalli maltrattati.

A fine giugno la mia squadra si trovò composta per una buona metà di bravi tipi ancora ben nutriti, ancora pieni di ottimismo e giovialità. Comunicavano tra noi in un curioso tedesco cantato e strascinato, e fra loro, nella loro stramba lingua, che è irta di inflessioni inusitate, e sembra fatta di interminabili parole, pronunciate con lentezza irritante e tutte con l’accento sulla prima sillaba.

Uno di loro mi fu assegnato come compagno. Era un giovanotto robusto e roseo, di media statura, che tutti chiamavano Bandi: il diminutivo di Endre, cioè Andrea, mi spiegò, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Nostroprimo-Levi compito, quel giorno, era di portare mattoni su una specie di rozza barella di legno, munita di due stanghe davanti e due dietro: venti mattoni per viaggio. A metà del percorso stava un sorvegliante, e controllava che il carico fosse regolare.

Venti mattoni sono pesanti, perciò nel viaggio di andata non avevamo (o almeno io non avevo) molto fiato per discorrere; ma nel viaggio di ritorno parlavamo, ed appresi molte cose simpatiche sul conto di Bandi. Non potrei oggi ripeterle tutte: ogni memoria svanisce, eppure tengo ai ricordi di questo Bandi come a cose preziose, sono contento di fissarli in una pagina, e vorrei che, per qualche miracolo non impossibile, questa pagina lo raggiungesse nell’angolo di mondo dove forse ancora vive, e lui la leggesse, e ci si ritrovasse.

Mi raccontò di chiamarsi Endre Szántó, nome che si pronuncia all’incirca come “santo” in italiano, il che rafforzò in me la tenue impressione di un’aureola che sembrava cingergli il capo rasato. Glielo dissi; ma no, mi spiegò ridendo, Szántó vuol dire “aratore” o più genericamente “contadino”: è un cognome molto comune in Ungheria, e del resto lui non era un aratore me lavorava in fabbrica. I tedeschi lo avevano catturato tre anni prima, non in quanto ebreo ma per la sua attività politica, e

lo avevano inquadrato nell’Organizzazione Todt e spedito a fare il taglialegna nei Carpazi ucraini. Aveva passato due inverni fra i boschi, ad abbattere pini con tre compagni: un lavoro duro, ma ci si era trovato bene, quasi felice. D’altronde, mi accorsi presto che Bandi aveva un talento unico per la felicità: l’oppressione, le umiliazioni, la fatica, l’esilio sembravano scivolare su di lui come l’acqua sulla roccia, senza corromperlo né ferirlo, anzi, purificandolo, ed esaltando in lui la nativa capacità di gioia, come si narra avvenisse per i Chassidim ingenui lieti e pii che ha descritti Jiří Langer in Le nove porte.

Mi raccontò del suo ingresso in Lager: all’arrivo del convoglio, le SS avevano costretto tutti gli uomini a togliersi le scarpe e ad appenderle al collo, e li avevano fatti camminare a piedi nudi, sui ciottoli della ferrovia, per tutti i sette chilometri che separavano la stazione dal campo. Narrava l’episodio con un sorriso timido, senza cercare commiserazione, anzi, con un’ombra di vanità infantile e sportiva per “avercela fatta”.

Facemmo insieme tre viaggi, durante i quali, a frammenti, cercai di spiegargli che il posto in cui era capitato non era per persone gentili né per persone tranquille. Tentai di convincerlo di alcune mie recenti scoperte (per la verità non ancora bene digerite): che laggiù, per cavarsela, bisognava darsi da fare, organizzare cibo illegale, scansare il lavoro, trovare amici influenti, nascondersi, nascondere il proprio pensiero, rubare, mentire: che chi non faceva così moriva presto, e che la sua santità mi sembrava pericolosa e fuori luogo. E poiché, come dicevo, venti mattoni sono pesanti, al quarto viaggio, invece di prelevare dal vagone venti mattoni, ne prelevai diciassette, e gli mostrai che disponendoli sulla barella in un certo modo, con un vuoto nello strato inferiore, nessuno avrebbe potuto sospettare che non fossero venti. Questa era una malizia che credevo di avere inventata io (seppi poi invece che era di pubblico dominio), e che avevo messo in opera altre volte con successo, altre volte invece prendendo botte; comunque, mi pareva che si prestasse bene a scopo pedagogico, come illustrazione delle teorie che gli avevo esposte poco prima.

Bandi era molto sensibile alla sua condizione di “Zugang”, ossia di nuovo arrivato, ed il rapporto di sudditanza sociale che ne scaturiva, e perciò non si oppose; ma non si mostrò per nulla entusiasta del mio ritrovato. «Se sono diciassette, perché dovremmo fare credere che sono venti?». «Ma venti mattoni pesano più di diciassette», replicai con impazienza, «e se sono messi bene nessuno se ne accorge; del resto, non servono per fabbricare la tua casa né la mia». «Sì», disse, «però sono sempre diciassette e non venti». Non era un buon discepolo.

Lavorammo ancora per qualche settimana nella stessa squadra. Seppi da lui che era comunista, simpatizzante, non iscritto al partito, ma il suo linguaggio era quello di un protocristiano. Sul lavoro era destro e forte, il migliore della squadra, ma da questa sua superiorità non cercava di trarre profitto, né per mettersi in buona luce presso i capomastri tedeschi, né per darsi importanza con noi. Gli dissi che, secondo me, lavorare così era un inutile spreco di energia, e non era neppure 

politicamente corretto, ma Bandi non diede segno di avere capito; non voleva mentire, in quel luogo si supponeva che noi lavorassimo, perciò lui lavorava nel suo miglior modo. Bandi, dal viso puerile e radioso, dalla voce energica e dalla goffa andatura, divenne in breve popolarissimo, amico di tutti.

Venne agosto, con un dono straordinario per me: una lettera da casa, fatto inaudito. A giugno, con spaventosa incoscienza, e con la mediazione di un muratore “libero” italiano, avevo scritto un messaggio per mia madre nascosta in Italia, e lo avevo indirizzato ad una mia amica che si chiamava Bianca Guidetti Serra.

Avevo fatto tutto questo come si ottempera ad un rituale, senza veramente sperare in un successo; invece la mia lettera era arrivata senza intralci, e mia madre aveva risposto per la stessa via. La lettera dal dolce mondo mi bruciava in tasca; sapevo che era prudenza elementare tacere, eppure non potevo non parlarne.

In quel tempo pulivamo cisterne. Scesi nella mia cisterna, e con me era Bandi. Alla debole luce della lampadina, lessi la lettera miracolosa, traducendola frettolosamente in tedesco. Bandi mi ascoltò con attenzione: non poteva certo capire molto perché il tedesco non era la mia lingua né la sua, e poi perché il messaggio era scarno e reticente. Ma capì quanto era essenziale che capisse: che quel pezzo di carta fra le mie mani, giuntomi così precariamente, e che avrei distrutto prima di sera, era tuttavia una falla, una lacuna dell’universo nero che ci stringeva, e che attraverso ad essa poteva passare la speranza. O almeno, credo che Bandi, benché “Zugang”, abbia capito o intuito tutto questo: perché, a lettura finita, mi si accostò, si frugò a lungo nelle tasche, e ne trasse infine, con cura amorosa, un ravanello. Me lo donò arrossendo intensamente, e mi disse con timido orgoglio: «Ho imparato. È per te: è la prima cosa che ho rubato».

(Primo Levi, Lilít e altri racconti, Torino, Einaudi 1981)

Nessun commento:

Posta un commento