domenica 17 giugno 2012

Giornale intimo, 6 aprile 1851

- Come sono vulnerabile! Se fossi padre, quanti dispiaceri mi potrebbe dare un figlio! Sposo, avrei mille modi di soffrire, perché ci sono mille condizioni alla mia felicità. Ho l’epidermide del cuore troppo sottile, l’immaginazione inquieta, la disperazione facile e le sensazioni di riflesso prolungate. – Ciò che potrebbe essere mi guasta ciò che è, ciò che dovrebbe essere mi rode di tristezza. Perciò la realtà, il presente, la necessità mi ripugnano, o anche mi spaventano. Ho troppa immaginazione, coscienza e penetrazione, e non abbastanza carattere. Solo la vita teorica ha sufficiente elasticità, immensità, riparabilità; la vita pratica mi fa arretrare.
Eppure mi attira, mi è necessaria. La vita di famhenri-frc3a9dc3a9ric-amieliglia sopra tutto, in quello che ha di affascinante, di profondamente morale, mi sollecita quasi come un dovere. Il suo ideale talvolta perfino mi perseguita. Una compagna della mia vita, dei miei lavori, dei miei pensieri e delle mie speranze: un culto di famiglia, far del bene ad altri, educazioni da intraprendere, ecc. ecc., le mille e una relazioni morali che dalla prima derivano, tutte queste immagini m’inebriano spesso. Ma le allontano, perché ogni speranza è un uovo, donde può uscire un serpente invece d’una colomba; perché ogni gioia mancata è un colpo di coltello; perché ogni semenza confidata al destino contiene una spiga di dolori, che l’avvenire può far germinare.
[...]

(E. F. Amiel, Giornale intimo)

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