mercoledì 4 aprile 2012

Omero

Di questo poeta sommo, che è alle origini della letteratura europea, le notizie biografiche sono quasi tutte leggendarie. Così, per l’assegnazione del luogo di nascita, molte città poterono vantarsi di aver dato i natali a Omero: Chio, Smirne, Colofone, Pilo, Itaca, Argo, Atene, Cuma. A Chio dava credito il fatto che nell’isola esisteva la corporazione aedica degli Omeridi, che si diceva discendente da Omero. Inoltre in uno degl’inni attribuiti al poeta, quello ad Apollo, l’autore dice di se stesso che vive nella rocciosa Chio e che è affetto da cecità. Da ciò, pur nella non accertata attribuzione dell’inno ad Omero, sorse la leggenda di un Omero cieco operante a Chio, sua patria.
Fonti di notizie sull’esistenza di Omero sono le Vite Omeriche, ben sette, scritte lungo un arco di tempo di quindici secoli, dal V a.C. al X dell’Era volgare; il più delle volte, quindi, sono del tutto fantasiose e prive di fondamento. Ma, per tacere di quella scritta forse da Plutarco, di quella di Proclo, di quella del lessico bizantino Suida e delle altre Vite anonime, tardive e quanto mai ripetitive, mi limito a riportare il racconto contenuto in quel romanzo biografico che è la Vita falsamente attribuita a Erodoto. Si tratta della più antica, risalente forse al V secolo a.C., e contenente l’affermazione che Omero visse quattro secoli prima di Erodoto, cioè nel IX a.C.

Una certa Crateide, figlia di un signore di Cuma, in seguito alla perdita di entrambi i genitori, venne allevata nella casa di un tutore, già amico di famiglia. Sedotta in casa da un giovane rimasto sconosciuto, concepì un figlio. Il tutore, per evitare uno scandalo, la condusse a Smirne, dove, durante una festa suburbana alla quale Crateide si era recata, presso la riva del fiume Meles dette alla luce un bambino, cui omeromise il nome di Melesigene (cioè nato presso il fiume Meles). Per vivere Crateide si recava a prestare servizi domestici presso privati, finché in casa di uno di questi, un maestro di scuola di nome Femio, trovò stabile occupazione. Lì il piccolo Melesigene imparò a leggere e a scrivere, mostrando particolari doti artistiche che ben presto gli fecero acquistare buona stima presso gli abitanti di Smirne e tra i forestieri che frequentavano la città, importante scalo commerciale. Femio sposò intanto Crateide e, quando più tardi morì, Melesigene che era salito a grande reputazione, assunse la direzione della scuola, insegnando, per guadagnarsi da vivere, a molti alunni e uditori adulti che la sera si recavano ad ascoltarlo. Uno di questi, un ricco mercante di nome Mente, gli propose di seguirlo nei suoi viaggi per fargli conoscere uomini e città, ed egli, desideroso di nuove conoscenze, chiuse la scuola e partì con lui.

Furono lunghi anni di navigazione attraverso il mediterraneo, durante i quali Melesigene ebbe conoscenza di molte terre dall’Egitto all’Italia, alla Libia, alla Spagna, memorizzando impressioni ed esperienze, notizie ed informazioni d’ogni sorta. Di ritorno dall’Etruria e dalla Spagna si fermò anche a Itaca, dove si ammalò agli occhi, e Mente, costretto a riprendere il viaggio, lo lasciò presso il suo ospite e amico Mentore, signore dei Tafi, dal quale Melesigene conobbe la storia avventurosa di Odisseo. Quando più tardi Mente tornò a Itaca, Melesigene era guarito e poté riprendere con lui i viaggi, fino al tempo in cui a Colofone ricadde nella malattia e andò perdendo progressivamente la vista. Ma ancora cantava le gesta degli eroi presso i signori che di volta in volta lo ospitavano. Divenuto cieco, decise di tornare a Smirne, per esercitarvi il mestiere di aedo. Qui non riusciva a guadagnare abbastanza per vivere, perciò volle trasferirsi a Cuma. Fermatosi durante il viaggio presso la bottega di un calzolaio di nome Tichio, prese a declamare versi e in seguito, ospitato in casa dal calzolaio, compose alcune opere e inni agli dèi, che recitava procurandosi grande fama e adeguati compensi.

Ma quando le entrate ridiventarono scarse, si trasferì a Cuma, dove ottenne un grande successo, tanto che chiese ai pubblici magistrati di poter essere nutrito a spese della città. Però, durante la seduta nel corso della quale Melesigene avanzò la propria richiesta, promettendo in cambio di rendere famosa la città, un membro del Consiglio cittadino sostenne che, se la città avesse accolto quella proposta, presto essa si sarebbe riempita di ciechi e di gente inabile. Da allora Melesigene fu chiamato Omero, cioè “il cieco”, poiché sembra che tale fosse il significato del nome nella lingua locale.
Ripreso il cammino, si recò prima a Focea, dove un maestro di scuola, tal Testoride, si offrì di mantenerlo a sue spese in cambio della cessione, da parte di Omero, delle opere già composte e di quelle che avrebbe scritte in futuro. Accettate le condizioni, lì Melesiomero2gene compose la Piccola Iliade e la Focide; però Testoride, una volta trascritti i poemi, lo abbandonò e, trasferitosi a Chio, divenne famoso grazie ad essi. Allora Omero, con un difficile viaggio, arrivò a una località vicina a Chio, Bolisso, dove fu accolto ospitalmente da un pastore, il cui signore lo assunse come precettore per i figli. Trasferitosi poi a Chio, da dove Testoride intanto se ne era andato, e divenuto anche lì famoso con le opere che componeva, aprì una scuola, si sposò e dal matrimonio gli nacquero due figlie. A Chio compose anche l’Odissea, mentre la sua fama richiamava continuamente in città molti visitatori. In età avanzata fu preso dal desiderio di recarsi nel continente e andò prima a Samo, poi ripartì per Atene, ma nell’isola di Cos fu colto dalla morte, e lì i cittadini lo seppellirono.

Come si nota, compaiono in ciò che è stato sopra riferito, particolari e nomi, nonché situazioni, che si trovano nei poemi omerici, ma in una congerie di disavventure e di fatti grotteschi che rivelano l’assoluta infondatezza e anonimità della Vita. Del resto c’è una incongruenza di fondo nell’intero racconto; mentre le vicende sommariamente riferite vedono sempre immerso Omero in un ambiente umile e popolaresco, se non proprio plebeo, la poetica dell’Iliade e dell’Odissea rivela invece un compiacimento per le idealità, le eleganze e la cortesia delle classi più elevate, delle aristocrazie. Altrettanto fantasioso quanto le Vite risulta il cosiddetto Certame di Omero e di Esiodo, una gara poetica che sarebbe stata disputata tra i due poeti (vissuti a distanza di circa un secolo l’uno dall’altro) in occasione dei giochi funebri in onore di Anfidamante, re dell’Eubea.

Data la situazione delle fonti, oggi pare giusto ammettere che “il mondo antico non conosce nulla di definitivo sulla vita e la personalità di Omero” (G.S.Kirk). Quel che resta acquisito come quantomeno probabile è che visse e fiorì tra la fine del secolo IX e l’VIII a.C. un poeta, un aedo, più tardi forse divenuto cieco, di nome Omero, nato a Smirne o a Chio, e che durante la vita fece molti viaggi e compose due grandi poemi, l’Iliade e l’Odissea: queste le notizie credibili che la tradizione ci ha tramandate.

(Biografia tratta da “Omero, Iliade ed Odissea”, Mammut, Newton Compton Editore)

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