sabato 10 marzo 2012

L’imbarco dei mille

L’ordine dell’imbarco era stato dato per le ore nove. A quell’ora, Nino Bixio, seguito da alcuni uomini di mare, doveva impadronirsi dei due battelli a vapore, Piemonte e Lombardo, ormeggiati in darsena, e, caricati colà seicento volontari, doveva muovere oltre per ricevere a bordo il generale e il rimanente della spedizione, che lo avrebbero atteso nel golfo, dinanzi a Quarto. Le armi e le munizioni e i bagagli era stabilito si caricassero nel medesimo punto. Questo era tutto quello che si sapeva; il resto fu mantenuto religiosamente segreto, a dispetto della curiosità di moltissimi che dovettero contentarsi di fare castelli in aria, che il primo soffio di vento doveva distruggere, al pari della nebbia.
Alle otto e mezzo in punto si spalancò finalmente la porta della stanza di studio, che era rimasta chiusa per buon tratto, e comparve nella sala Garibaldi. Aveva indosso la solita camicia rossa e il poncho sulle spalle. Salutati piacevolmente quanti erano nella sala, scese giù e si fece innanzi pel lungo viale, su cui stavano schierate alcune centinaia di volontari. Al lume del crepuscolo, che fu limpidissimo quella sera, si vide il bello e maschio volto dell’eroe, animato da un insolito brio; si sarebbe detto che Garibaldi aveva già un piede in Palermo ed un altro in Napoli.piemonte e lombardo
Usciti che fummo sulla via maestra, trovammo un visibilio di gente a piedi e in carrozza; ben poteva dirsi che da Quarto a Genova fosse una processione non interrotta di uomini e donne. Era una folla avida di vederci, di salutarci e di augurare in nome d’Italia la vittoria al magnanimo nostro condottiero; erano babbi, mamme, fratelli, sorelle, figliuoli che venivano a dire addio ai loro cari… Da ogni parte baci, singhiozzi, saluti, mazzi di fiori, strette di mano e uno sventolar di fazzoletti e un agitar di cappelli.
Io vedo ancora quella nobile figura, ritta in atteggiamento scultorio, là sulla punta dello scoglio, sotto il quale lo aspettavano i marinai coi remi in aria. La brezza della sera agitava le pieghe del suo poncho; e col cappello in mano stava guardando attonito la gente che gli faceva corona e che era muta al par di lui. Garibaldi e quanti gli stavano attorno sentirono in quel momento quanto fosse grande la poesia del silenzio.
E chi interruppe quel silenzio fu un vecchio: un vecchio siciliano, che il giorno innanzi era venuto alla villa Spinola, conducendo quattro figliuoli. Quel vecchio, fattosi innanzi, agitò per aria il cappello e con voce forte gridò: <<Generale, ieri vi detti i miei quattro figliuoli; oggi vi do l’augurio della vittoria. Io vi dico in nome di Dio che liberiate la Sicilia!>>. Queste parole furono seguite da un fremito unanime della folla, che ebbe immagine di una sfida a morte, lanciata dalle rive della generosa Liguria contro i tiranni di otto milioni di italiani.
[…]
I due vapori erano fermi e finivano di caricare i volontari e i bagagli, Le barche si assiepavano in gran numero sotto i loro fianchi; era un trambusto indicibile. Appena fummo vicini al Piemonte, la scala fu improvvisamente tirata su e una voce gridò: <<non monti più nessuno!>>
In mezzo a quel baccano, chiamai tre o quattro volte Garibaldi, che stava dritto sulla passerella, in mezzo a un gruppo di gente, ma egli non mi udì. Per fortuna, qualcuno che mi riconobbe calò una cima, ed io l’acchiappai, e col più grande miracolo di agilità che mai abbia fatto in vita mia, riuscii ad arrampicarmi tanto in su che amiche mani poterono agguantarmi e mettermi a bordo, senz’altro danno che qualche sbucciatura alle mani.
Ero a bordo da pochi minuti, quando il Piemonte si mosse e gli venne dietro il Lombardo. Allora Garibaldi domandò a un ufficiale di cui non rammento il nome:
<<Quanti siamo in tutti?>>
<<Coi marinai siam più di mille>> rispose l’ufficiale.
<<Eh! Eh! quanta gente!>> esclamò il generale, con un gesto di meraviglia. Si vede proprio che la fortuna gli aveva detto all’orecchio con voce ben chiara: osa, e sarò teco, perché ti voglio bene! Per parte mia, quelle parole mi fecero meraviglia infinita e ammirai il gran cuore di quell’uomo cui parevan troppi mille uomini per un’impresa alla quale altri avrebbe reputato indispensabile un esercito.

(Giuseppe Bandi, I Mille)

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