domenica 19 febbraio 2012

Un fanciullo in prigione

Fin da’ primi giorni io aveva acquistato un amico. Non era il custode, non alcuno de’ secondini, non alcuno de’ signori processanti. Parlo per altro d’una creatura umana. Chi era? – Un fanciullo, sordo e muto, di cinque o sei anni. Il padre e la madre erano ladroni, e la legge li aveva colpiti. Il misero orfanello veniva mantenuto dalla Polizia con parecchi altri fanciulli della stessa condizione. Abitavano tutti in una stanza in faccia alla mia, ed a certe ore aprivasi loro la porta affinché uscissero a prender aria nel cortile.

Il sordo e muto veniva sotto la mia finestre, e mi sorrideva, e gesticolava. Io gli gettava un bel pezzo di pane: ei lo prendeva facendo un salto di gioia, correva a’ suoi compagni, ne dava a tutti, e poi veniva a mangiare la sua porzioncella presso la mia finestra, esprimendo la sua gratitudine col sorriso de’ suoi begli occhi.

Gli altri fanciulli mi guardavano da lontano, ma non ardivano avvicinarsi: il sordo-muto avevpellicoa una grande simpatia per me, né già per sola cagione d’interesse. Alcune volte ei non sapea che fare del pane ch’io gli gettava, e facea segni ch’egli e i suoi compagni aveano mangiato bene, e non potevano prendere maggior cibo. S’ei vedea venire un secondino nella mia stanza, ei gli dava il pane perché me lo restituisse. Benché nulla aspettasse allora da me, ei continuava a ruzzare innanzi alla finestra, con una grazia amabilissima, godendo ch’io lo vedessi. Una volta un secondino permise al fanciullo d’entrare nella mia prigione: questi, appena entrato, corse ad abbracciarmi le gambe, mettendo un grido fi gioia. Lo presi fra le braccia, ed è incredibile il trasporto con cui mi colmava di carezze. Quanto amore in quella cara animetta! Come avrei voluto poterlo far educare, e salvarlo dall’abbiezione in cui si trovava.

Non ho mai saputo il suo nome. Egli stesso non sapeva di averne uno. Era sempre lieto, e non lo vidi mai piangere se non una volta che fu battuto, non so perché, dal carceriere. Cosa strana! Vivere in luoghi simili sembra il colmo dell’infortunio, eppure quel fanciullo avea certamente tanta felicità quanta possa averne a quell’età il figlio d’un principe. Io facea questa riflessione, ed imparava che puossi rendere l’umore indipendente quasi dappertutto. Un giorno è presto passato, e quando la sera uno si mette a letto senza fame e senza acuti dolori, che importa se quel letto è piuttosto fra mura che si chiamino prigione, o fra mura che si chiamino casa o palazzo?

Ottimo ragionamento! Ma come si fa a governare l’immaginativa? Io mi vi provava, e ben pareami talvolta di riuscirvi a meraviglia: ma altre volte la tirannia trionfava, ed io indispettito stupiva della mia debolezza.

(Silvio Pellico, Le mie prigioni)

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