giovedì 9 febbraio 2012

Un addio a Venezia?

Sul sedile semicircolare di prua, Aschenbach se ne stava col braccio appoggiato al parapetto, facendosi schermo dalla mano agli occhi. Oltrepassati i Giardini Pubblici, si schiuse ancora una volta la grazia principesca della Piazzetta; poi cominciò la grande sfilata dei palazzi, e allo svolto d’arteria d’acqua apparve la mirabile campata dell’arco marmoreo di Rialto. Egli guardava col cuore infranto; e respirava venezia manna lunghe boccate, piene di dolorosa dolcezza, l’atmosfera della città, quel lieve sentore putrido di mare e di palude: quello stesso da cui aveva voluto fuggire tanto in fretta… Come, come mai gli era stato possibile non sapere, non pensare fino a qual punto tutto ciò facesse parte del suo cuore? Quello che al mattino era stato un mezzo rimpianto, un’ombra di dubbio circa l’opportunità del suo passo, ora si tramutava in affanno, in reale sofferenza, in un’angoscia dell’anima così forte da riempirgli più volte gli occhi di lagrime: un’angoscia che – si ripeteva – egli non avrebbe mai preveduta. Ché, evidentemente, in fondo a cotesta amarezza si annidava il pensiero, a tratti addirittura lancinante, che non gli sarebbe stato più concesso di rivedere Venezia: che quello era un addio per sempre.

(Thomas Mann, La morte a Venezia)

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