martedì 14 febbraio 2012

La moltitudine è più savia e più costante che uno principe

Nessuna cosa essere più vana e più incostante che la moltitudine, così Tito Livio nostro, come tutti gli altri storici, affermano. Perché spesso occorre, nel narrare le azioni degli uomini, vedere la moltitudine avere condannato alcuno a morte, e quel medesimo dipoi pianto e sommamente desiderato: come si vede aver fatto il popolo romano, di Manlio Capitolino, il quale avendo condannato a morte, sommamente dimachiavellipoi desiderava quello. E le parole dello autore sono queste: <<Popolum brevi, posteaquam ab eo periculum nullum erat, desiderium eius tenuit>>* […] Io non so se mi prenderò un argomento duro e pieno di tanta difficultà, che mi convenga o abbandonarlo con vergogna, o seguirlo con carico; volendo difendere una cosa, la quale, come ho detto, da tutti gli scrittori è accusata. Ma comunque si sia, io non giudico né giudicherò mai essere difetto difendere alcuna opinione con le ragioni, sanza volervi usare o l’autorità o la forza. Dico, adunque, come di quello difetto di che accusano gli scrittori la moltitudine, se ne possono accusare tutti gli uomini particularmente, e massimamente i prìncipi; perché ciascuno, che non sia regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perché ei sono e sono stati assai prìncipi, e de’ buoni e de’ savi ne sono stati pochi. […]

Ed insomma, per concludere, questa materia, dico come hanno durato assai gli stati de’ prìncipi, così hanno durato assai gli stati delle repubbliche, e l’uno e l’altro ha avuto bisogno d’essere regolato dalle leggi: perché un prìncipe che può fare ciò ch’ei vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole, non è savio. Se, adunque, si ragionerà di un principe obbligato alle leggi, e d’un popolo incatenato da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se si ragionerà dell’uno e dell’altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che nel principe. […] Ma la opinione contro i popoli nasce perché de’ popoli ciascuno dice male sanza paura e liberamente, ancora mentre che regnano: de’ prìncipi si parla sempre con mille paure e mille rispetti.

*(Dopo breve tempo, quando egli non rappresentava più un pericolo, il popolo lo rimpianse. Livio, VI,20,15)

(Niccolò Machiavelli, Il Principe, 58)

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